SOSTA SPIETATA (winter)

4616678Tornare a casa la sera, ubriachi di stanchezza, affamati, con il pc a tracolla da una parte, la borsa e la spesa dall’altra, il telefono nella tasca sbagliata che comincia anche a suonare proprio mentre per aprire la porta ti cade il guanto che avevi tolto per prendere le chiavi.

Cenare in pantofole, al calduccio, con un pensiero ossessivo nella testa: devo uscire per spostare la macchina. Devo uscire a tutti i costi adesso, sennò domattina devo svegliarmi all’alba. Uscire alle 23,00. Furtivamente. In semi-pigiama, con i doposci, il cappello di pelliccia (ecologica), la giacca chiusa fino al mento e un pensiero ossessivo nella testa: speriamo di non incontrare nessuno del palazzo.

Percorrere i due chilometri che ti separano dal veicolo in sosta vietata domandandoti per quale incontrovertibile motivo ti è successo di dimenticare i guanti a casa. Fa freddo. La macchina è proprio li, sotto al cartello di divieto. Monti su, metti la cintura, giri la chiave – si accende la radio che avevi lasciato a palla – motore, luci, freccia, inizi il primo giro. Sapevi benissimo di essere uscito troppo tardi e, infatti, non c’è nemmeno un posto e, allora, torni a 50 metri dal punto di partenza, ma prima del divieto. Manovra, parcheggio, togli la cintura, spegni le luci – la radio – esci, chiudi e te ne torni verso dove sei venuto. Dopo 300 metri la domanda: ma avrò chiuso? E poi la risposta: spero di si, perchè indietro non ritorno. Cammini e camminando vedi in lontananza una sagoma nera ferma alla fermata dell’autobus, ti dici: mah. Incontri il classico ragazzino con il canetto al guinzaglio e intanto con la coda dell’occhio scorri uno ad uno i posti auto occupati a destra e a sinistra della carreggiata. Un sorriso beffardo, una certa soddisfazione: ho fatto bene. Più ti avvicini a casa tua più il sorriso è beffardo. La gattara della via da da mangiare ai gatti della via. Eccoci arrivati, portone, chiavi, un rumore, un motore si accende dietro di te, dentro alla macchina parcheggiata proprio davanti all’ingresso del tuo palazzo.

Per un solo momento quel pensiero attraversa le tue stanche membra assonnate: torno correndo a prendere la macchina. Poi capisci amaramente, apri la porta e vai a scrivere tutto ciò che (non) ti è successo.

QUATTRO ANATRE

Whistling-Duck,-Fulvous-webCinque anatre andavano a Sud: forse una soltanto vedremo arrivare,
ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare…“. Questa canzone di Francesco Guccini mi è venuta in mente quando ho letto il post di Daniele Imperi su Pennablu.it che lancia l’invito definisci la tua scrittura, quella attuale, in 4 parti che la contraddistinguono. Ora, le anatre erano cinque, è vero, ma il primo pilastro che non so definire in una sola parola è che di tutti e tanti buoni propositi che potrei pormi, se almeno uno mi riuscisse, basterebbe a farmi dire che ne è valsa la pena.

Non voglio essere scorretta però, e, se per definire gli obiettivi della mia scrittura attuale quattro parole devono essere, che siano quattro parole:

1 – PULITA come una linea nera che unisce i punti segnati su un foglio bianco;
2SPORCA come le mani dopo il lavoro e la fatica;
3VERA come la vita;
4FALSA come le storie, belle e brutte, che raccontano la vita.

E non so ben ridir, per la verità, se quelle quattro anatre che volano verso Sud siano la mia scrittura o se, invece, sono io che cerco (faticosamente) di scrivere!

IO, SCRITTORE?

snoopy-scrittore2C’è una domanda che mi accompagna da sempre: sono uno scrittore? Ho provato molte volte a trovare “la risposta”, ma non l’ho mai trovata. Ho scritto, questo si. Ho scritto per lavoro ed ero felice di farlo, ma non era quella la risposta alla domanda. Ho scritto un racconto intero soltanto una volta, per sfida, per gioco, per partecipare ad un concorso e ho vinto la pubblicazione, ma nemmeno quella era la risposta. Ho scritto molte lettere, anche questo si, ho sempre bisogno di scrivere alle persone a cui voglio bene, ma che c’entra? Ho letto sempre tantissimo e leggendo ho cercato di imparare, mi sono fatta domande, ho indagato tra le righe, forse ho rubato, ho criticato, abbandonato, trovato, rivalutato, condannato, invidiato. La risposta, però, non l’ho mai trovata e la domanda è rimasta. Ho pensato di scrivere molte volte, sempre. Ogni volta che ho rischiato di sprofondare nel mio abisso, ogni volta che mi sono sentita sola, scrivere mi è apparso come l’unico sollievo, l’unica salvezza. Ogni viaggio, ogni viso, ogni sfumatura del giorno, avrei voluto scriverli perchè il mio cuore è troppo piccolo per contenere, da solo, tante emozioni. Ci ho provato, ho scritto parti di racconto, parti di romanzo, bozze, idee, appunti, ma è anche vero che sono molte di più le cose che, alla fine, non ho scritto. Storie, frasi, parole, uomini, donne, luoghi, odori che ho sulla punta della lingua, conservati chissà dove, ma non vengono fuori. Ho ricevuto molti complimenti su come scrivo. Alcune volte ho confessato a qualcuno di voler scrivere, altre volte ho evitato di dirlo. Ho evitato persino di dirlo a me stessa e, così, non ho mai trovato “la risposta”.

Poi, per caso, ho trovato un blog, Penna Blu di Daniele Imperi, ho letto un post “Tu, scrittore” e mi è sembrato di riconoscermi. Chissà se anch’io sono uno scrittore…