Ghost track

2008, un concorso letterario, massimo 4000 battute, premio la pubblicazione.

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GLI OCCHI DI MIO PADRE                                         di Anna Francesca Mannai

MAX
Metà di un giorno di agosto, il piazzale del Verano è desolato, vuoto. Da una parte si intuisce il cimitero, monumentale, con i suoi fiorai, l’asfalto sempre bagnato davanti, i cassonetti pieni di crisantemi secchi e l’odore intenso di erba marcia. Al centro, il capolinea degli autobus, c’è solo un 93 fermo, le rotaie del tram sono roventi, tra l’acciaio e l’asfalto qualche cicca e qualche cartaccia. L’edicola di fronte all’obitorio è chiusa, l’obitorio, invece, è aperto. Davanti alla porta c’è un ragazzo di quasi vent’anni.

Lo conosco da quando era un bambino, biondo e magrissimo, sempre sulla bicicletta rossa e bianca che gli aveva regalato Antonio, prima che la madre se ne andasse.

– Antonio non ce l’ha fatta.

Me l’ha detto una voce al telefono questa mattina, ero appena arrivato a Fiumicino da un viaggio nel Sud dell’Africa. Ho comprato un giornale, ho fumato qualche sigaretta al terminal, ho perso qualche treno, poi sono salito su uno. Quando sono partito, a metà luglio, Antonio mi aveva accompagnato in macchina all’aeroporto, erano le tre di notte, veniva dallo studio, stava lavorando su un fascicolo. Mi aveva offerto un caffè e mi aveva parlato di Filippo. “È un ragazzo intelligente, non ci parliamo da anni, non ci siamo mai parlati molto. Non mi conosce e io non lo conosco, abbiamo perso tanto tempo”.

Il giornale di oggi dice che domani ci saranno i funerali. La polizia sta ancora indagando, “interrogati i familiari”. I familiari sono: Filippo.
Filippo non parla, non ascolta. Rimane seduto su una sedia tutto il giorno, guarda fuori dalla finestra, oltre la tenda, oltre il palazzo di fronte. Un palazzo giallo con dei balconcini bianchi e qualche vaso di gerani. Quest’anno il platano del viale è arrivato sotto quella finestra, ma non si vede ancora, è appena sotto il davanzale. Lo puoi vedere solo se ti affacci, ma Filippo non può saperlo.

Da Termini ho chiamato in redazione per dire che “passerò domani, forse, controllerò la posta da casa”. Ho chiamato mia madre per dirle che non sarei passato a pranzo – Antonio è morto – le ho detto. Oggi non ci sono taxi, quindi ho preso un autobus, vuoto. È arrivato in un attimo. Troppo presto. Davanti a me c’è Filippo. Non si muove. Non mi vede.

Dopo avermi salutato, Antonio è tornato in macchina, ha spento le quattro frecce, ha acceso il motore ed è partito per tornare a Roma. Forse è successo mentre sistemavo il bagaglio a mano nella cappelliera, oppure mentre l’aereo rullava. Antonio era sulla Cristoforo Colombo, i semafori gialli lampeggianti, la strada libera. L’incrocio dell’incidente era l’ultimo prima di svoltare verso casa. Se non mi avesse accompagnato non sarebbe successo.

– Ciao Giulia, sono arrivato. Sono con Filippo, lo porto a casa.

FILIPPO
Eccolo qua Max. Con la sua valigia di pelle marrone, il giornale nella tasca e gli occhiali scuri. L’ho visto scendere dal 492, dall’altra parte della strada. Poi è arrivato davanti a me. Ha la voce tremante mentre parla al telefono con Giulia, la segretaria di mio padre. Quando ero piccolo mi sembrava altissimo e gigantesco, adesso siamo uguali. È un uomo abbronzato di mezza età, con i capelli bianchi.

– Filippo. Andiamo a casa.

A casa ci sono tutti i giornali dell’ultimo mese, giorno per giorno, pagina per pagina, titolo dopo titolo e poi più niente, solo qualche trafiletto. L’incidente ha fatto notizia, un giudice famoso, su un’inchiesta importante. Le dinamiche non sono chiare, l’auto è stata ritrovata sul marciapiede ribaltata, poi ha preso fuoco. Un mese di coma. Ma come è stato possibile? Un attentato? Una distrazione? Le indagini hanno portato a scoprire dai tracciati telefonici che poco prima dell’impatto era al telefono con Giulia.

A casa c’è la finestra che guardo ogni giorno da dieci anni, da quando mia madre se n’è andata. Quella sera mi sono affacciato e ho visto le foglie dell’albero sotto di me. Ho preso le chiavi e mi sono chiuso la porta alle spalle. Sono sceso in strada e ho iniziato a correre verso l’incrocio, era buio, anche i lampioni erano spenti. Ho visto passare in fondo al viale un autobus vuoto che tornava al deposito, io ho continuato a correre verso il semaforo lampeggiante e non mi sono fermato sulle strisce pedonali, ho iniziato ad attraversarle. Ho sentito una frenata alla mia sinistra, solo allora ho smesso di correre e ho incontrato due occhi fissi su di me da dentro un’auto scura. Erano gli occhi di mio padre.

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